yoga

Yoga per cuori spezzati (guida semiseria)

Ero seduta al tavolino di un bar del centro, uno di quelli dove entri e ti sembra che il tempo si sia fermato agli anni ’60. A Torino non è difficile trovare locali dove i profumi e gli odori di un tempo, di una città industriale, nel pieno del boom economico, sono rimasti intatti. Ero seduta a quel tavolino, avevo appena finito di mangiare un’ottima zuppa e stavo per tuffarmi nella mia focaccina alle noci quando, dinanzi ai miei occhi, ho visto comparire una coppia, mano nella mano: il mio ex e una donna, una ‘nuova’, che non avevo mai visto e, che evidentemente, era la sua nuova fiamma. Sembravano essere a un secondo appuntamento. Si lanciavano occhiatine silenziose, di quelle frizzanti. Del resto lo capisci se due sono al primo o al secondo appuntamento. Ti basta poco: busto un po’ più proteso verso l’altro, sguardi ammalianti. Insomma, tutto quello che al primo appuntamento viene sopraffatto dalla timidezza.
Immediatamente il mio cuore ha iniziato a battere forte. L’adrenalina mi scorreva nelle vene come un fiume in tempesta: la mia mente correva all’impazzata.

Miracolosamente, in mezzo a questo vortice, mi sono ricordata di osservarmi, come i miei maestri di yoga mi hanno sempre insegnato. Ho notato che la mia bocca era secca e che le mie mani cominciavano a tremare. Il mio respiro era bloccato. Ero consapevole che anche se probabilmente avrei dovuto distogliere la mia attenzione dalla coppia, prendere il mio vassoio e lasciare la stanza, sembravo ancorata alla sedia come se fosse fatta di cemento. Tutto quello che potevo fare era continuare a spostare la mia attenzione tra loro e il mio piatto e di nuovo indietro. Il mio cuore continuava a battere così forte che mi sono chiesta, per un momento, se ci fossero serie possibilità di prendere un infarto. Ho temuto di crollare in un pianto isterico. O di urlare. O di scagliare la mia focaccina contro di loro come un disco da hockey.

Ero alle prese con un attacco compulsivo di emozioni, un minestrone di sensazioni che stava schizzando da tutte le parti, senza possibilità di controllo.
Capita spesso che veniamo sopraffatti dalle nostre emozioni, quasi ci paralizzano senza darci possibilità di scampo.

Lo yoga è stato a lungo interessato a modi abili per navigare nel regno emotivo, un argomento che la scienza occidentale è stata un po’ più lenta a esplorare. Ma date le prove indiscusse di disfunzioni emotive nella nostra cultura, i ricercatori non sentono più di poter ignorare l’argomento. Ora sostengono che la maggior parte dei nostri principali problemi mentali, fisici, politici e culturali derivano (almeno in parte) dalla nostra incapacità di gestire le nostre emozioni. In mezzo al nostro moderno mondo esterno ad alta velocità, sembra che abbiamo perso la capacità di regolare quello interno, che sfugge completamente al buon senso.

L’Odaka Yoga è un ottimo metodo per gestire le proprie emozioni

Mentre lo Yoga ci insegna a lasciare andare, noi – solitamente – gravitiamo su tre tecniche per gestire il ‘dolore’: la soppressione, la distrazione e la rivalutazione, ognuno dei quali ci può portare verso la salute e l’intuizione o verso la malattia e la sofferenza. Nel corso della mia esperienza personale, ho preso familiarità con ognuna di queste strategie, cercando di gestire i sentimenti generati dal mio ex che si innamora di qualcun altro. Peraltro una cosa molto comune, che capita a tutti – almeno una volta nella vita.

Reprimere le emozioni

Circa un mese dopo mi è capitato di rivedere la coppia – nonostante avessi caldamente cambiato bar (purtroppo io e il mio ex lavoravamo nello stesso building e, per quanti sforzi facessi, le occasioni di ritrovarmelo a un palmo dal naso erano molteplici). Ero alle prese con i miei cavoli neri e le mie uova sode quando ho alzato gli occhi dal piatto. Oh no! Eccoli lì. Il mio cuore ha cominciato a battere come un ossesso e per un attimo ci siamo guardati tutti e tre: io, lui e lei. Una cosa davvero imbarazzante direi. Ho cercato di respirare chiedendomi più volte dove fosse il mio respiro. Poi loro si sono girati e hanno cominciato a farsi le solite fusa – che manco il mio gatto quando ha la pancia piena di fegatini di pollo.

Immediatamente un’ondata di rabbia ha inondato il mio sistema. Ero scioccata dal fatto di sentire tutta quella energia in una volta sola, scioccata dal fatto che un semplice gesto potesse avere un impatto così potente. Tutto il mio corpo si sentiva come se qualcuno l’avesse appena pompato con un caricabatterie elettrico ad alta tensione. Avevo voglia di urlare, di lanciare il mio vassoio in aria e di correre fuori dalla sala da pranzo. Ero stupita da queste sensazioni. Ero anche consapevole che, in qualità di insegnante di yoga, quella non era probabilmente l’azione più abile. Non sapevo cosa fare con un’emozione così intensa. Così l’ho spenta, come quando giri la manovella e spegni il gas dal fornello. Il risultato sembrava il migliore. Non sentivo più l’intensità della rabbia. Ma non potevo nemmeno dire di sentirmi a mio agio, però. Mi sentivo un po’ come se avessi appena mangiato un enorme boccone di bistecca, non l’avessi masticato abbastanza bene e l’avessi ingoiato intero. Questa sensazione di cibo non digerito è la sensazione di soppressione, di non digerire l’esperienza.
Ma reprimere le emozioni è davvero la scelta più corretta?
Negare i propri sentimenti e rinnegarli diventa sinonimo di gestione delle proprie emozioni. «Non sono arrabbiato. No, davvero, sto bene.». Questa ‘azione’ nello yoga ha un nome ben preciso e viene chiamata ‘Dvesa’, ovvero rifiuto di ciò che ci genera sofferenza.
Di fatto vale sempre la massima: «Il corpo non mente mai». Potremmo riuscire a spingere un sentimento fuori dalla nostra mente, ma non possiamo spingerlo fuori dal nostro corpo. Il nostro corpo sa se abbiamo veramente elaborato o meno un’esperienza. E l’esperienza non elaborata si cristallizza fisicamente, da qualche parte.

Il corpo non mente mai

Trovare un sostituto (o un surrogato)

Secondo mese. Voi direte….’sicuramente gli sarà passata, no?’. Beh… a quanto pare non proprio. L’ansia e la rabbia erano ancora una costante quando vedevo il mio ex e la sua nuova fiamma. Ho pensato che fosse il caso di cambiare tattica e sono passata alla tecnica della sostituzione. Invece di guardare la coppia, ho cominciato ad appassionarmi ai suppellettili del bar. Mi sembra di ricordare che le sedie fossero esattamente 22. Alcuni tavoli erano sprovvisti di barattolino con lo zucchero, su altri mancava la scatola dei tovaglioli. I sentimenti erano comunque ancora viscerali. Non cercavo di sopprimerli, ma spostavo la mia attenzione su altro: il colore della carta da parati, ad esempio, un marrone maculato. Funzionava, anche se continuava a esserci il disagio di incontrarli. Una tecnica non così infallibile, ma di cui osservavo la penetrazione costante intorno a me.

È facile capire perché la cultura mainstream favorisca questa particolare tecnica. Nel nostro ambiente saturo di media, non dobbiamo andare lontano per trovare qualcos’altro a cui prestare attenzione oltre al dolore. Ti senti solo? Salta su Facebook. Triste? C’è Twitter. Ansioso? Puoi accendere la TV (non a caso sono sempre più grandi, più precise, con più pixel). Esistono innumerevoli modi per distrarci. Invece di usare la distrazione per allontanarci dal dolore, lo yoga ci incoraggia a volgerci verso di esso per vederlo, sentirlo pienamente e, in ultima analisi, per capirlo. Così facendo, impariamo che non dobbiamo più temere il dolore o allontanarlo.

Gli yogi sono da tempo consapevoli di questa tecnica di distrazione, ma la usano in modo diverso. Le loro istruzioni: concentrarsi sul respiro, escludendo altri stimoli. Nel senso più puro, questa è una distrazione attenzionale e il primo passo fondamentale verso la liberazione. La differenza principale tra l’approccio occidentale e quello yogico sta nell’oggetto stesso. Per ottenere il massimo beneficio da questo metodo, l’oggetto deve diminuire il disturbo, non crearne di più. Come scrive Satya Narayana Dasa, fondatrice dell’Istituto Jiva di Studi Vedici, «Rimuovi il disturbo, allora c’è pace; la pace è sempre presente e non può essere creata. Possiamo solo rimuovere il disturbo; allora la mente è naturalmente pacifica».

Riesaminare la situazione

Erano passati circa tre mesi da quando avevo visto i due fidanzatini al bar. Come ogni giovedì mi sono recata al corso di yoga e, come se non bastassero tutte le tensioni che avevo accumulato durante la giornata, al primo Adho Mukha Svanasana ho notato la temuta fidanzata proprio dietro di me. Ho trattenuto le imprecazioni (a stento). Ma con tutte le lezioni di yoga proprio qui? Ma sì certo, perchè tanto funziona sempre così. Se non vuoi farti trovare ti trovano, c’è poco da fare.
Volevo fuggire. Poi mi sono ricordata le parole di molti miei insegnanti: «Rimani con l’esperienza. Osserva e osserva. Non identificarti con la storia, ma abbraccia la sensazione». Che all’inizio non sapevo mica cosa voleva dire, eh. L’ho capito col tempo, facendo proprio quello che mi dicevano loro: facendo esperienza. Ho cominciato a lasciare andare il controllo. Ho lasciato andare e lì è arrivato il dolore. Talmente forte che dovevo piangere. Non ho voluto disturbare la classe e me ne sono andata in bagno, dove sono scoppiata in lacrime, singhiozzi e tremori. La mia mente correva, ma allo stesso tempo notavo i miei pensieri come pensieri, non reali. E’ una sensazione difficile da spiegare: il pensiero diventa la pellicola di un film, ne sei spettatore. Non ci sei dentro fino al collo.
Ricordo che le emozioni erano laceranti, come lame che tagliavano la pelle. Ho pianto per un sacco di tempo, pregando che nessuno entrasse mai in bagno. Finalmente, dopo un po’, le onde sono passate e dentro di me si è fatto largo un profondo senso di pace. Mi sentivo diversa, allineata, stabile.
Ricordo che quella sera sono ritornata a casa felice. Ho mangiato con gioia e dormito profondamente.

Cosa ha contribuito a questo cambiamento? Cosa c’è in questo processo che è profondamente diverso dagli altri due approcci che ho provato? Due differenze importanti sono degne di nota. In primo luogo, sono stata in grado di accedere al testimone – il mio ego osservante – che mi ha permesso di sperimentare ciò che nasce senza preferenze o giudizi e senza esserne travolta.

Ho cominciato a capire che tutte le esperienze, anche quelle dolorose, sono sicure da sentire. Mi sono resa conto che per la prima volta sapevo davvero – nella parte più profonda della mia mente – che non devo piegare la vita alla mia volontà. Che posso lasciar andare il bisogno di dominare le cose, e guardare invece come si svolgono. È attraverso l’abbraccio dell’esperienza che le emozioni cominciano a regolarsi.
Vivere le emozioni ci fa comprendere che non sono così temibili. Che siamo capaci di reagire (altrimenti – e lo dico sempre – ci saremmo già estinti come esseri umani molti anni fa). E, invece, siamo ancora qui.
Forse più stressati, ma ancora qui. Ma, alla fine, credo che siamo più stressati solo perchè abbiamo affidato tutto al raziocino, ai numeri, alla scienza. E questi approcci analitici portano alla separazione, distruggono l’istinto, il naturale flusso energetico delle cose, che ci ha salvato – come esseri umani – fino a oggi.

Perchè andiamo sul tappetino? Per riscoprire quell’intuito naturale che non ha bisogno di conferme, ma agisce secondo natura.

Lascia andare, Namasté

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