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Perchè piangere a Yoga fa bene

Che cos’è un’emozione?

Me lo sono chiesta tante volte ultimamente, più o meno da quando ho cominciato un’incessante ricerca su me stessa. E pur sapendola descrivere sommariamente con più o meno istinto, ho sentito la necessità di affidarmi al buon vecchio dizionario (da ex giornalista non potevo fare altrimenti).

E quindi… che cos’è un’emozione?

Secondo il dizionario che ho trovato impolverato tra i tanti libri sullo scaffale del salotto (Treccani Edizioni), «l’emozione è un processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo». Secondo Google è «uno stato psichico che turba l’equilibrio dell’organismo» e per il dizionario de Il Corriere addirittura «una risposta affettiva a situazioni oggettive o stati soggettivi che turbano profondamente la coscienza». Che – detta così – non sembra poi una bella roba. Non so voi.

Insomma, queste emozioni non sembrano essere qualcosa di così positivo, ma piuttosto qualcosa di cui aver paura.

La scorsa estate, una signora (che per correttezza chiamerò con un nome fasullo – Sofia), si è precipitata alla mia lezione di Odaka Yoga del giovedì sera, con entusiasmo e gioia – come faceva tutte le settimane. Tutto è andato bene finché non è arrivato il momento di rilassarsi in Balasana, poco prima della fine della lezione. Con la testa china e l’attenzione rivolta verso l’interno, Sofia, 33 anni, ha iniziato a piangere. Ha trascorso i minuti successivi lottando per contenersi e cercando di nascondere le lacrime quando mi ha salutata, prima di andarsene. E’ capitato di nuovo la settimana successiva e quella volta ne è rimasta parecchio turbata.

Quella che per Sofia era sempre stata un’ora di relax ha cominciato a trasformarsi in un momento molto più ‘pesante’. Sapeva che era successo qualcosa di significativo all’interno, ma ha deciso comunque di saltare diverse lezioni, almeno fino quando non si è sentita più sicura nel tornare, convinta che avrebbe mantenuto il controllo e che non le sarebbe più capitato di piangere, soprattutto in mezzo agli altri.

Succede – ogni tanto – che alcuni praticanti che frequentano le mie lezioni di Odaka poi finiscano per lasciar cadere alcune lacrime sul tappetino, al termine della pratica. Ci sta. Ed è meraviglioso, in relatà.

Anche se Sofia non lo sapeva, la sua esperienza è comune, così come le preoccupazioni che le ha suscitato. C’era qualcosa che non andava in lei? Quando sarebbe stata in grado di smettere di piangere? Cosa pensavano le persone intorno a lei? E perché questo era successo durante la lezione di yoga e non, diciamo, mentre pranzava o faceva una passeggiata?

In realtà il sistema olistico dello yoga è stato progettato in modo che queste scoperte emotive possano avvenire in modo sicuro. Lo yoga non è solo un sistema atletico, è un sistema spirituale. Le asana sono progettate per influenzare il corpo sottile allo scopo della trasformazione spirituale. Le persone entrano nella pratica dello yoga per la forma fisica o la salute fisica, o anche perché hanno sentito dire che è un bene per il rilassamento, ma alla fine lo scopo della pratica yoga è lo sviluppo spirituale.
Non stiamo parlando di religione, ma di energia, qualcosa che – per i più scettici – è stato validato anche dalla scienza.

Lo sviluppo spirituale dipende da quanto è possibile sciogliere i punti in cui il nostro corpo sottile è bloccato da questioni irrisolte. Ogni volta che si lavora con il corpo, si lavora anche con la mente e il sistema energetico, che è il ponte tra il corpo e la mente. E poiché ciò significa lavorare con le emozioni, i processi emotivi possono essere visti come segnali di progresso sulla strada della crescita personale e spirituale.

Ho letto recentemente alcuni studi che affermavano il coinvolgimento del corpo fisico nei traumi sperimentati da bambini. Quando il bambino sperimenta un trauma, il corpo difende tutto l’essere. Nel difenderlo, il corpo fa cose che impediscono al dolore di essere pienamente sperimentato. E questo genera dei blocchi energetici, fisici ed emotivi.

Le nostre emozioni, di fatto, se ci pensate, sono molto fisiche. Il dolore lo sentiamo nello stomaco, la tristezza o la gioia ci scende giù dagli occhi. Allora lavorare sul fisico ci permette di lavorare anche sulle emozioni. In termini yogici, tuttavia, non c’è separazione tra mente, corpo e spirito. I tre esistono come unione (una definizione della parola yoga); ciò che accade alla mente accade anche al corpo e allo spirito, e così via. In altre parole, se qualcosa vi preoccupa spiritualmente, emotivamente o mentalmente, è probabile che si manifesti nel vostro corpo. E mentre lavorate profondamente con il vostro corpo nello yoga, è probabile che i problemi emotivi vengano lentamente a galla. Nella maggior parte dei casi quando non ci state pensando.

Ad esempio, lo stretching e l’apertura dei fianchi e della schiena possono liberare lo stress e l’ansia in molte persone, il che è una buona cosa quando l’ansia è lieve. Lo stress fisico lascia il corpo e viene delicatamente elaborato attraverso il respiro e la concentrazione. Se l’ansia è molto forte, tuttavia, può sopraffare la persona che mantiene la posizione, e sono necessarie una maggiore concentrazione interiore per giungere a uno stato di ‘rilascio’. Attraverso l’apertura fisica dello yoga dei muscoli, dei tessuti e degli organi del corpo, le paure profonde e la tristezza possono essere portate in superficie. Il riconoscimento della causa alla radice di questi sentimenti può poi essere affrontato mentalmente, emotivamente e fisicamente.

Spesso, tuttavia, ci emozioniamo semplicemente perchè ritroviamo il contatto con noi stessi e con gli altri – abitudini che abbiamo messo nel dimenticatoio a favore dello smartphone.

Nel nostro mondo ultra-moderno, spesso possiamo diventare fisicamente distanti l’uno dall’altro, bloccati dal contatto e dalla connessione, da orari troppo impegnativi, da una tecnologia che ci collega a un’altra realtà e da norme sociali individualistiche. Alcuni di noi possono passare giorni senza toccare qualcun altro e diventari così restii all’apertura verso l’esterno. Toccare altri esseri viventi, soprattutto il contatto pelle a pelle, permette di rilasciare le cosiddette ‘sostanze chimiche della felicità‘ nel cervello, come la serotonina e la dopamina. Ecco perché abbracciare una persona cara è così bello, o perché ci piace quando qualcuno gioca con i nostri capelli.

Quando siamo stati troppo a lungo senza quella fissazione tattile, possiamo sentirci prosciugati, vuoti, tristi e isolati. Se il vostro istruttore vi tocca durante la pratica, questo può indurre una marea di sostanze chimiche che inducono felicità, così come l’improvvisa consapevolezza di quanto tempo è passato da quando siete stati toccati l’ultima volta. Questo può provocare emozioni contrastanti e travolgenti.

Ho sperimentato molte emozioni durante le pratiche di Odaka Yoga che – personalmente – ritengo essere una delle discipline che più mette in gioco il rapporto corpo-emozione.
Oltre al pianto, quella che più mi ha colpito, è stata l’arroganza e la rabbia, emozioni che credevo non mi appartenessero e invece ho scoperto essere molto al centro del mio ‘io’.

Avevamo lavorato in modo assiduo sulle torsioni, quel weekend. Le torsioni agiscono sul terzo chakra, Manipura, dove ha sede il nostro ego, il rapporto con noi stessi e con il mondo. Dopo due giornate intense di stritolamento di intestini sono uscita dallo studio a due metri da terra. Ricordo che stavo passeggiando con Nicola su corso Buenos Aires a Milano e guardavo le persone camminarmi a fianco con disprezzo ed arroganza, dispensando giudizi meschini e non richiesti. Sono diventata piena di collera senza saperne il motivo e senza neppure che ci fosse un reale motivo.
In quel momento ho capito di avere seri problemi con il mio ego, con la mia individualità e con il mio sentirmi spesso più brava, più sensibile, più giusta, più, più e bla bla bla. L’ego è venuto fuori tutto d’un colpo. La cosa straordinaria è che me ne sono accorta e sapevo benissimo perchè stava succedendo.

Da quel momento ho cominciato a lavorarci seriamente e piano piano sto cercando di migliorare anche il mio punto di vista. Non è facile. L’ego è qualcosa di molto subdolo che colpisce a tradimento. Tuttavia, accorgersi quando si è in fase ‘io-centrica’, è già un buon traguardo per poter fare decine e decine di passi indietro sulla strada dell’umiltà.

Sicuramente il pianto è la reazione emotiva che più spaventa i praticanti.

Nella visione yogica, tutti noi portiamo nel nostro corpo emozioni e pensieri sbagliati che ci impediscono di raggiungere il samadhi, definito da alcuni come «illuminazione cosciente». Qualsiasi senso di disagio o malessere nel corpo ci impedisce di raggiungere e sperimentare questo stato. Gli asana sono un percorso verso la beata contentezza, lavorando per avvicinarci, focalizzando la nostra mente e liberando qualsiasi tensione emotiva o interiore nel nostro corpo.

Ho praticato diversi stili di yoga (e tutti consentono di lavorare sulle emozioni), ma quello che maggiormente permette di affrontarle e di lasciarle andare è l’Odaka, la disciplina che attualmente insegno.
Come l’acqua, pulisce, lenisce e lascia andare.

Tutto questo discorso non significa che dobbiamo andare sul tappetino per cercare di vivere un’emozione o avere come unico scopo quello di sbloccare i nostri traumi fisici. Questo presuppone un’azione volta all’ottenimento di un risultato e sappiamo che – come ci insegna il Karma Yoga – vivere nel momento significa agire indipendentemente dai frutti dell’azione.

Ma significa semplicemente accettare che se scappa una lacrima sul tappetino o ci sentiamo improvvisamente incazzati o addirittura non riusciamo a trattenere un fragoroso pianto, va bene.

Stiamo lavorando bene. E non c’è niente di sbagliato. E neppure qualcosa che sta realmente turbando così tanto la nostra coscienza.

In barba ai dizionari 🙂

Namaste

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