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I Kleshas: ostacoli sulla via dello Yoga

I Kleshas sono considerati la causa principale di tutto il nostro dolore e sofferenza in questa esperienza umana. Secondo lo Yoga Sutra di Patanajali, uno dei più antichi testi scritti sullo yoga, ci sono 5 afflizioni principali o kleshas che concorrono a ostacolare la nostra strada verso l’essere Yoga, un Uno inseparabile tra corpo, mente, anima e Universo.

Tutti noi incontriamo sfide nella vita – questo è ciò che costruisce il carattere e ci rende più forti – ma avere gli strumenti per superare queste sfide è qualcosa che la filosofia dello Yoga può aiutare. Gran parte della saggezza tramandata in migliaia di anni ha senso oggi come allora. Così come le varie cause della sofferenza – come vedremo – non sono diverse ora come lo erano tutti quegli anni fa.

Identificati negli Yoga Sutra di Patanjali, i cinque Klesha o ‘afflizioni’ sono: Avidya (ignoranza), Asmita (egoismo), Raga (attaccamento al desiderio), Dvesa (avversione o odio), e Abinivesah (attaccamento alla vita e paura della morte). Alcuni dei kleshas ci affliggono quotidianamente a un livello sottile, mentre altri possono essere travolgenti e causare grande dolore. Ciò che tutti questi “veleni” hanno in comune, tuttavia, è che ci impediscono di godere pienamente della vita, di essere veramente presenti nel presente e di avere un senso di libertà. Continuate a leggere per scoprire come ogni afflizione può influire su di noi, e come questa conoscenza può aiutarci a superare queste sfide sul cammino verso il Samadhi (l’Unificazione con il Divino).

Avydia – Ignoranza
Quando siamo ignoranti della nostra vera natura, sperimentiamo dolore e sofferenza. Allora, qual è la nostra vera natura? Chi siamo veramente? All’interno degli Yoga Sutra, l’avidya è spesso tradotto come ‘malinteso, mancanza di conoscenza spirituale, o ignoranza spirituale’. Avidya è forse uno degli ostacoli più impegnativi da superare per quanto riguarda l’unificazione, in quanto ci mostra il mondo attraverso una lente molto stretta e falsa, spesso considerata come un velo. Con il velo di avidya che copre i nostri occhi metaforici, non vediamo la realtà, ma piuttosto vediamo ciò che pensiamo sia realtà. Ognuno di noi ha una percezione di com’è il mondo, fatta delle nostre esperienze passate, delle aspettative e di ciò in cui crediamo, il che significa che ognuno di noi ha virtualmente creato le proprie realtà, che potrebbero essere completamente diverse l’una dall’altra, ma cercare di coesistere in armonia. Quando siamo afflitti da avidya, crediamo che i nostri pensieri siano veri, che le nostre percezioni siano realtà e che ciò che individualmente crediamo sia “giusto” sia allo stesso tempo la verità. Questa mancanza di conoscenza e saggezza è la più difficile da superare non perché c’è così tanto da imparare, ma perché c’è così tanto da disimparare e lasciare andare. Avidya dà vita a tutti gli altri kleshas, che causano paura, dolore, semplicemente perché tendiamo a credere alle nostre percezioni e schemi di pensiero, piuttosto che rimuovere il velo e vedere la vita per quello che è veramente.

Asmita – Egoismo
Quando dimentichiamo la nostra vera natura, cominciamo a identificarci eccessivamente e a usare la terminologia ‘io’ molto frequentemente. Fateci caso, quando parlate. «Io sono questo, io non sono quello». L’ego genera giudizio e separazione. E laddove c’è giudizio e separazione non può esserci Yoga. L’ego doveva originariamente essere la parte di noi che combinava la nostra natura e nutrimento, e prendeva decisioni basate sul ragionamento. La sofferenza sorge tuttavia, quando diventiamo ego-focalizzati, e invece di espanderci e fiorire, la nostra consapevolezza si riduce e diventiamo egoisti. Dimentichiamo che siamo profondamente connessi con l’interno e con l’Universo e nel nostro nucleo siamo tutti uno solo. Possiamo anche prendere le cose troppo personalmente (il nostro ego si sente ferito eccessivamente dai comportamenti altrui) e avere pensieri auto-deprecanti. Anche forme eccessive di vittimismo sono un’esaltazione dell’ego.

Raga – Attaccamento al piacere
Quando abbiamo un ego gonfio o contusivo possiamo anche sviluppare forti attaccamenti ai nostri desideri. I desideri possono essere sani, ma l’attaccamento ai desideri è ciò che può causarci dolore e sofferenza. Per alcune persone, questa è anche un’ossessione per il perfezionismo. Molto spesso si attua questo klesha quando, vissuta un’esperienza eccitante e piacevole, si tende a ricercarla abitualmente, a tal punto che questa diventa un desiderio compulsavo e ossessivo. Raga genera sicuramente sofferenza, laddove – spesso – diventa difficile esperire le stesse sensazioni e si è sempre alla ricerca di un di più – mentre si dimentica l’attimo in cui si vive, quello che conta veramente.

Dvesa – Le avversioni
Quando siamo controllati da desideri forti, svilupperemo anche forti avversioni quando questi desideri non sono soddisfatti. Sono due facce della stessa medaglia, si basano l’uno sull’altro. Allora se ci sarà anche qualcosa che ci spaventa, che non vogliamo affrontare o accettare, svilupperemo un atteggiamento di repulsione, controllati dalla nostra paura e tenderemo a evitare le situazioni che ci generano quel panico sulla base di esperienze pregresse. Ogni esperienza, tuttavia è a sè. Di solito, dopo l’attimo di paura, c’è una grande pace.

Abhinidvesa – Paura – Attaccamento
Quando i nostri attaccamenti e le nostre avversioni saranno ben saldi, temiamo naturalmente il cambiamento. Sperimentiamo dolore e sofferenza quando ci rendiamo conto che ci manca la capacità di controllare la vita. Nel profondo sappiamo che l’unica cosa costante nella vita è il cambiamento, ma è una delle paure più comuni, soprattutto la paura della morte. Il che ci riporta al primo klesha ….. se avessimo capito la nostra vera natura, lo stato ‘senza fine’ di amore e tranquillità, sapremmo che nel profondo del nostro corpo non abbiamo nulla da temere. Gli Yogi hanno anche avuto la saggezza di riconoscere che se riusciamo ad eliminare il primo klesha, l’ignoranza, possiamo dissolvere tutte le altre afflizioni. Se ci svegliassimo alla nostra vera natura non ci sarebbe spazio per l’egoismo, l’attaccamento, l’avversione, e niente più da temere.
In alcune parti dell’Oriente, come l’India e il Nepal, la morte non è un argomento tabù, mentre qui in Occidente, di solito si cerca di evitare di parlarne, e molto meno di approfondirne i dettagli. Con importanti testi indù e buddisti basati sull’idea che tu non sei davvero il tuo corpo, ma qualcosa di molto più grande e profondo, le culture orientali insegnano a portare l’attenzione all’anima, al Sé, ricordando che non c’è nulla da temere in questa vita. All’interno della Bhagavad Gita, Krishna parla del Sé con le parole: “Le spade non possono trafiggerlo, il fuoco non può bruciarlo, l’acqua non può bagnarlo, e il vento non può asciugarlo”. E anche se è un compito difficile chiedere a chiunque di lasciar andare veramente la paura di ciò che accade alla fine della vita, liberando la presa di aggrapparsi paurosamente alla vita, questo non-attaccamento può avere un effetto a catena che influenza tutte le aree della nostra esistenza. Piuttosto che aggrapparsi, questa presa di vita più leggera ci rende più aperti a nuove esperienze, più grati della vita, più riconoscenti ai nostri cari, più avventurosi, con meno attaccamento, meno odio, meno “io”, meno paura, più impegno nella vita quotidiana, e la capacità di essere veramente presenti e immersi nel momento di adesso.

La cosa straordinaria è che una pratica di Yoga costante, continuativa e prolungata può aiutarci a riscoprire chi siamo, eliminando avydia, e – conseguentemente – tutte le altre afflizioni. Aiutandoci a essere più presenti nella nostra vita, a trovare la nostra vera essenza e sentirci finalmente parte di qualcosa di più grande di ciò che semplicemente vediamo.

Namastè

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