Maestri provati da me :)

Stewart Gilchrist, tra yoga e moralità

Stewart Gilchrist è uno dei maestri più popolari di Londra. Famoso per le sue lezioni molto dure fisicamente, ma con tanta filosofia

Fare yoga con Stewart Gilchrist è un’esperienza, ho pensato. Il sudore ha cominciato a colarmi dalla fronte, spiaccicandosi a terra, sull’asciugamano che Nicola mi aveva regalato per avere più ‘grip’ quando faccio il cane a testa in giù.

Difficilmente mi capita di sudare dalla fronte. Neppure ad agosto, quando la canicola picchia duro e mettere la testa fuori di casa è un rischio e pericolo stile far west. Ho posato le ginocchia per terra, tra un chaturanga e l’altro, ruotando i polsi indolenziti e guardandomi attorno per capire se qualcuno stava cedendo come me.

Quello di Stewart Gilchrist è un vero e proprio campo di addestramento, una di quelle classi di yoga dove senti la fatica dal primo minuto. E fino alla fine.

Mentre scendi in chaturanga infinite lui se ne va a zonzo tra i suoi ‘yogini’, li ‘aggiusta’ (aggiusta la loro posizione) e li cosparge di una crema che sa di antidolorifico (credo sia canfora naturale). Guardando i suoi lunghi dreadlocks grigi e la barba bianca ti sembra un po’ di stare sui gat di Varanasi, salvo poi accorgerti che lui è scozzese (e sembra esserlo da generazioni).

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Sembra paradossale, ma nonostante la fatica, la fatica è poi quella sensazione che ricordi meno se pensi a Stewart Gilchrist. E forse è questo il motivo per cui è così popolare a Londra.

L’inizio della lezione di yoga sono 10 minuti in piedi, con le braccia rivolte al cielo. Provate a stare 10 minuti così: è massacrante. E mentre le braccia di qualcuno cominciano a cedere, Gilchrist ci ricorda che lo yoga è un’antica filosofia di vita e non un semplice allenamento. E che la nostra non è una Spiritual Warrior – una classe intensa di un’ora (di ore ne faremo ben due). Poi canta, canta i mantra. Con una voce che si perde nelle sale del Palazzo del Ghiaccio di Milano, come un’eco.

Mentre le nostre mani cominciano a scivolare sul tappetino per il troppo sudore e i femorali tirano come corde di violino Gilchrist comincia la sua lezione. Che non è fatta solo di asana. Ma anche di filosofia. Mentre soffri, ti torci e le tue cellule bruciano per la troppa fatica, lui ti spiega l’etica dello yoga. E le sue parole ti entrano nella testa come se fossero un chiodo, spinto da un martello.

«Non fate yoga per dimagrire, non fate yoga per avere il sedere più sodo. Non fate neppure yoga per voi stessi, ma fatelo per gli altri. Mentre fate yoga state pregando. Ecco, pensate e pregate per qualcuno mentre fate yoga».

Ci ha raccontato i dogmi dei testi sacri mentre cercavamo di alzarci in sirsasana e gli avambracci tremavano sul tappetino fradicio di sudore.

«Niente sigarette, niente alcol, niente animali morti. Mi piacevano tanto i formaggi, mi piaceva la cocaina. Ma fanno male, dovete smettere».

Me l’avevano detto che Gilchrist sarebbe stata un’esperienza, ma quando mi sono messa a cercare informazioni su di lui, mi sono accorta che per l’Italia è praticamente inesistente. E così ho spulciato su alcuni quotidiani inglesi, scoprendo una storia che a tratti mi ha illuminata.

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La foto è di YogaFestival Milano 2018

Gilchrist ha un background eclettico: ha una laurea in giurisprudenza, ha lavorato per grandi aziende come IBM e fatto il capo cameriere a Parigi. Ha anche frequentato pesantemente la scena della droga e della musica londinese, vivendo come uno squatter negli edifici abbandonati della capitale britannica.

Una notte, a causa di un incidente, si è preso una bella caduta e si è fratturato la spina dorsale in diversi punti. Dopo essersi automedicato con sostanze stupefacenti illegali, la sua ragazza alla fine lo convinse a provare lo yoga.

Fu allora che trovò la sua strada in uno studio di Ashtanga. Come racconta lui stesso in questa intervista, i maestri di Ashtanga «sono state le prime persone a darmi la libertà, sia nella mia testa che nel mio corpo. Vera libertà, non politica o filosofica, ma vera libertà. Libertà da tutte le stronzate di condizionamento che ti sono state messe in testa da bambino».

Stewart Gilchrist si è poi liberato dalle dipendenze, ha praticato il rigoroso Ashtanga per 5 anni e ha ottenuto il certificato di Jivamukti, lo yoga della liberazione. Si è anche innamorato dello studio di testi antichi come il Gheranda Samhita, Shiva Samhita, Mahabharata, Upanishad e Bhagavad Gita.

«Spero solo che la gente che viene qui per l’asana un giorno sollevi un libro e inizi a leggere testi di grandi dimensioni. Spero che la gente non riduca lo yoga a una semplice pratica di benessere. Lo yoga rischia di diventare solo un’altra mania della salute sulla piattaforma step di aerobica e Zumba».

Siamo in addestramento. Continuiamo in una serie di cane a faccia in giù, panca, chaturanga e cane a faccia in su per mezz’ora circa. Senza pause. Ma per Gilchrist la forza fisica che stiamo sviluppando ha un altro scopo. Essere al servizio degli altri. Se il nostro corpo è forte e sano, con l’avanzare dell’età potremo essere ancora d’aiuto ad altre persone, anziché prenderci cura di noi stessi. «Questo è il motivo per cui faccio classi di asana dure».

Pratica e filosofia. Per Gilchrist è questo il futuro dello yoga. E non è solo qualcosa che puoi studiare, ma qualcosa che fai per strada, che vivi ogni giorno.

Alla fine lui ha spento le luci e ci ha fatto morire in savasana. Ci ha chiesto di pensare al nostro trauma più grande e poi ci ha chiesto di urlare. Solo qualcuno l’ha fatto.

Ebbene: lui ci ha fatto urlare finché il suono è stato così forte da farci tremare.

Se lo consiglio? Assolutamente.

Ma portatevi asciugamami e ricambi. 🙂

Namastè 🙂

3 commenti su “Stewart Gilchrist, tra yoga e moralità

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